La gente e l’economia
Come in tanti paesi di montagna, di quella abruzzese in particolare, fino a un recente passato la vita della gente di Filetto è stata scandita dai ritmi stagionali del duro lavoro nei campi e nei pascoli.

Dai ricordi di Giuseppe Scarsella
Ho ben viva nella memoria l’immagine delle donne che tornavano dalla fontana con le conche dell’acqua in testa, o dal forno pubblico con la tavola per il trasporto dei filoni di pane. Gli uomini erano accompagnati sempre dagli strumenti di lavoro – la zappa, il forcone, la falce, il bidente, la pala, il piccone – e dall’asino, unico e paziente mezzo di locomozione; sulmasto(basto) gli strumenti di lavoro più pesanti e ingombranti. Il pastore, munito dell’immancabile bastone, “personalizzato” con un paziente lavoro d’intaglio nelle lunghe giornate passate sui monti, precedeva il gregge verso il pascolo, con l’amico cane da pastore abruzzese, fornito diroccàle(collare chiodato) per proteggerlo dall’attacco dei lupi, che controllava in retroguardia.
da Tradizioni e cultura contadina. Scenografie e miniature di Giuseppe Scarsella, a cura di Maddalena Piccari, L’Aquila, One Group Edizioni 2009, pp. 23-25.
L’agricoltura
La mietitura iniziava ai primi di luglio nel cosiddetto “campo di sotto”, la campagna bassa, sotto i 1000 metri di altitudine; nelle settimane successive proseguiva nel “campo di sopra”, la campagna alta, fino ai 1400 metri. “Raunato”, per usare un termine del dialetto locale, il prodotto raccolto, iniziava la trebbiatura nelle tre aie del paese.
Nei campi di Filetto si coltivavano anche il lino e la canapa, per ricavare fibre tessili, che alimentavano la produzione domestica di panni, eseguita con i telai a mano. Tuttora, sulla scia di antiche tradizioni, si prepara un formaggio chiamato “cannavicciata”, prodotto con il latte dei semi di canapa.
La falciatura del fieno nella Piana di Fugno era evento di grande rilevanza per la comunità di Filetto, quasi una festa paesana. Ogni anno, durante la prima decade del mese di giugno, veniva emesso il bando per la riunione serale dei capi famiglia, che si teneva nella piazza, allo scopo di stabilire il piano organizzativo della falciatura, che poi avveniva con grande concorso di popolo. Si preparavano quindi le lenzuola, per riportare il fieno in paese con le bestie da soma. Si formavano così intere carovane di bestie che scendevano a valle verso i pagliai.
La trebbiatura nei ricordi di Giuseppe Scarsella
La trebbiatura era l’evento più atteso. Il mezzo meccanico che liberava i chicchi di grano dallacama(pula) e dalla paglia, raccolte rispettivamente in sacchi bianchi e in balle legate con filo di ferro, era costituito da due enormi marchingegni in legno, forniti di due coppie di ruote raggiate in ferro, più grandi dietro e più piccole davanti, queste ultime collegate da un asse in ferro che, tramite un perno centrale, ne consentiva i complessi movimenti rotatori. La trebbia era collegata al trattore mediante un asse in ferro fissato con gancio per il traino; a sua volta la pressa per la realizzazione delle balle veniva legata alla trebbia mediante asse in ferro e gancio. La singolare carovana impiegava moltissimo tempo ad arrivare, mentre noi bambini ci posizionavamo sul colle, di dove era possibile osservare lo snodarsi del nastro bianco della sterrata che collegava il nostro piccolo centro alla valle del Raiale, confluente in quella, molto più ampia, dell’Aterno. Dal colle osservavamo l’avanzare del convoglio, lento, macchinoso, specialmente nelle curve strette, dove gli operatori erano costretti a sganciare la trebbia dalla pressa, facendo passare prima l’una e poi l’altra, per poi ricomporre l’ingombrante doppio traino.
Il posizionamento nell’aia era una vera e propria impresa: occorreva preparare le buche e disporre le assi in legno per il livellamento del macchinario, usarecugni(cunei) in legno per stabilizzarlo, mettere in opera cinghie e pulegge che trasmettevano il movimento dal trattore. La trebbiatura avveniva in un grande frastuono, scandito dai tocchi costanti e affaticati del motore monocilindrico del trattore Landini, sotto il quale occorreva accendere il fuoco per scaldarne la testata e consentirne la messa in moto, dai tonfi della pressa e dallo scorrimento delle cinghie, rumori che si sentivano a distanza. Gli addetti alle operazioni, immersi in un polverone che li trasformava in maschere carnevalesche, comunicavano urlando e sbracciando.
da Tradizioni e cultura contadina. Scenografie e miniature di Giuseppe Scarsella, a cura di Maddalena Piccari, L’Aquila, One Group Edizioni 2009, p. 26.




La pastorizia
Ogni famiglia una volta possedeva una o due vacche, che da ottobre ai primi d’aprile restavano ricoverate nelle stalle, sotto le abitazioni del paese, ma già da aprile-maggio venivano impiegate per l’aratura e la semina. Poi, con la buona stagione, il bestiame veniva portato al pascolo. Il 13 di giugno di ogni anno, prima di salire ai Piani di Fugno per la monticazione, le vacche erano radunate nelle aie, dove ricevevano la benedizione dal parroco. Poi venivano affidate al vaccaro, una persona di fiducia, scelta nelle riunioni serali in piazza, che le curava per conto di tutti. Nella Piana di Fugno, a sera e nei momenti di riposo, il bestiame veniva raccolto nell’antico “mandrone”, situato nella parte alta della Piana. Era una specie di muraglia in pietra che racchiudeva una superficie di quasi 4000 mq, nei cui pressi il vaccaro aveva la propria capanna-ricovero.
Un vero crocevia di transito del bestiame fu nel passato Fonte Bella, costruita nel 1815, nei cui pressi si conserva ilbagnatoiodelle Pecore, una vasca realizzata dagli abitanti di Filetto nel 1934, nella quale, a maggio, poco prima della tosatura, venivano immerse le pecore per pulirne il vello.
Con la buona stagione le pecore venivano portate nella montagna di bassa quota e per la notte i pastori le ricoveravano in grotte, per lo più scavate nel conglomerato calcareo. Dopo anni di disuso e d’incuria, molte di queste cavità ipogee si sono perse per crolli o per essere state occluse dalla vegetazione e dal terriccio franato. Oggi ne restano ancora visitabili una ventina, localizzate lungo il sentiero che dal paese porta alla chiesa dei SS. Crisante e Daria.
Durante l’autunno, prima di tornare in paese, le pecore venivano stanziate nella Piana di Fugno, dove i pastori pernottavano in tende di tipo militare. Dall’anno 1950 fino al 1966 alcuni allevatori di Filetto cominciarono a portare al pascolo nel periodo invernale il loro gregge nell’Agro Romano; quelli che rimanevano in paese, quando scendeva la neve e le condizioni atmosferiche erano sfavorevoli, ricoveravano le pecore nelle stalle o nelle grotte scavate sotto le case.
Marcello Vittorini
L’INSEDIAMENTO RUPESTRE NELLE PENDICI DI MONTE ROFANOI primi abitatori della valle sono vissuti in grotte ricavate nelle pendici sud-orientali di Monte Rofano, in una formazione di breccia calcarea facilmente scavabile, anche con utensili piuttosto rozzi (…). A Bazzano le case costruite lungo le pendici Sud-occidentali delmons offidiussono tutte dotate di ampie grotte, utilizzate per ricovero del bestiame, per deposito di derrate e di attrezzi agricoli, ma soprattutto per ricavare il materiale (pietra, ghiaia, sabbia, calce) necessario per la costruzione della casa stessa. Anche in altri centri della Conca aquilana, ovunque le caratteristiche delle formazioni rocciose lo consentivano, sono stati seguiti analoghi criteri (…). Con la stessa, elementare, tecnica di scavo e di organizzazione degli spazi ricavati, fu realizzato l’insediamento rupestre di Filetto, costituito da una dozzina di grotte che per anni furono destinate a ricovero delle pecore. Pertanto si riteneva che fossero state sempre destinate a tale funzione, come le tante che “bucano” analoghe formazioni rocciose in territorio di Filetto, di Barisciano, di S. Stefano, lontano dai centri abitati.
L’idea – e poi la sicurezza – che si trattasse non di ricoveri ma di un insediamento rupestre, realizzato da una piccola “comunità” bene organizzata, mi venne in occasione di una gita fatta con alcuni amici (Ginetto Paolini, e Tonino Orsini) nella zona di Monte Rofano, nell’inverno del 1987, durante la quale scoppiò una bufera di vento e di neve che non ci consentì neanche una brevissima sosta per mangiare un panino. Decidemmo di scendere e cercare riparo a ridosso dell’Abbazia di S. Crisante e Daria, ma anche lì il vento faceva mulinello intorno all’edificio e non potemmo fermarci. Scendemmo ancora, verso Filetto, decisi a “rintanarci” in una delle “grotte delle pecore” e ad un certo punto del sentiero il vento cadde, l’aria diventò tiepida e vedevamo i turbini di neve a distanza, come se fossimo protetti da un diaframma trasparente. Della cosa parlai la stessa sera con Alessandro Clementi che trattò poi l’argomento nel suo libroL’organizzazione demica del Gran Sasso nel Medioevo(Colacchi 1991). Questa particolarità climatica del sito, determinante per consentire l’insediamento quando non c’erano porte, finestre e vestiti pesanti a difendere dal freddo e dal vento, mi fece riflettere ed osservare con occhio diverso la collocazione delle grotte e la sistemazione dello spazio su cui si affacciavano.
Esse, infatti, erano allineate lungo la pendice, a monte del sentiero che, in quel punto, era stato allargato a formare uno spazio articolato, così da delimitare una specie di aia allungata, affacciata sulla vallata, chiaramente destinata al lavoro comune e alle relazioni di “vicinato”.
Inoltre l’insediamento era situato “a mezza costa”, a breve distanza dalla sorgente (che successivamente fu “captata” con la realizzazione della Fonte Vecchia), in posizione intermedia fra i luoghi di raccolta (la valle) e di caccia (le pendici montane).
Ma a determinare la scelta del “sito” fu senz’altro la straordinaria, insolita condizione climatica, ideale per insolazione, riparo dai venti freddi e giusta distanza dalle nebbie e dall’umidità della valle.
Inoltre appariva evidente che l’insediamento era stato accuratamente pianificato. Esso si sviluppa lungo un tratto del sentiero quasi pianeggiante, dopo una prima, ripida rampa, alla fine della quale è ricavata una piccola grotta, della superficie di 15-20 metri quadrati, caratterizzata, a differenza delle altre, da un’ampia apertura: un vero e proprio “corpo di guardia e di vedetta” certamente presidiato, a difesa dell’insediamento.
daRecupero e riqualificazione dei centri storici del Comitatus Aquilanus, a cura di Marcello Vittorini, Colledara (TE), Andromeda Editrice 2001, vol. II , p. 311.









Interviste
Maria Rosaria Marcocci, ristoratrice. Filetto, Trattoria Marcocci, 26 agosto 2025, videomaker Renato Ventoso.
Antonella Marinelli, sarta e maglierista. Filetto, 26 agosto 2025, videomaker Renato Ventoso.
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