La chiesa dei Santi Crisante e Daria, sita a circa 1200 metri di altitudine, è la principale emergenza storico-artistica del territorio di Filetto. Si tratta di ciò che rimane di un antico monastero benedettino. Nelle adiacenze della chiesa si individuano tuttora alcuni resti degli edifici destinati alla vita cenobitica. Il sito, oggi circondato da un bosco di pini, in passato era attraversato da un percorso di transumanza, il cui terminale a monte erano i pascoli del Gran Sasso.
Le fonti storiche testimoniano la fondazione del monastero nel XII secolo, in un territorio che era stato precedentemente una dipendenza dell’Abbazia benedettina di Farfa, a opera dei signori Gentile e Gualtieri de Poppleto. Citato in una lettera esecutoriale di papa Celestino III del 1193, il monastero fu una dipendenza dell’Abbazia di Bominaco.
La piccola chiesa, a navata unica, con facciata a capanna e abside sporgente semicircolare, è costruita interamente in pietra concia. Essa presenta un semplice portale archivoltato e un ingresso secondario sul lato esposto a sud, di fronte al quale, in passato, sorgeva una fontana. Da segnalare, sempre all’esterno, una pietra angolare con l’Agnus Dei, nel cantonale di destra rispetto alla facciata.
La navata, coperta a capriate e terminante con un altare realizzato in tempi recenti in sostituzione di quello antico, presenta resti di affreschi sulla parete di sinistra e nel catino absidale, databili fra il XII e il XIII secolo; quelli che si trovavano sul lato destro, staccati ad opera della locale Soprintendenza nel 1980 e oggi conservati all’Aquila, nelMuseo Nazionale d’Abruzzo, sono sostituiti in loco da riproduzioni fotografiche in scala ridotta.
Tali affreschi, tra i cui committenti figurano Maria Gualtieri di Gentile e Giovanni di Ranallo, come testimoniano superstiti iscrizioni ancora leggibili, presentano i caratteri stilistici di un linguaggio bizantineggiante di stampo popolaresco che caratterizza molte produzioni coeve dell’Italia centrale. A tutt’oggi questi dipinti risultano tuttavia ancora poco studiati. Ne parla brevemente lo storico dell’arte Guglielmo Matthiae, che ebbe modo di vederli quando erano ancora in gran parte coperti da scialbo, nel suo volume sulla pittura medioevale abruzzese del 1969. Lo studioso collegò l’affresco absidale alla scuola romana del tardo Duecento.
Sul lato sinistro figura un santo a cavallo, con la spada sguainata, forse san Martino di Tours, che si accinge a tagliare il proprio ampio mantello per offrirne la metà a un povero e, oltre ad altri santi di difficile identificazione, un san Cristoforo, come di consueto di proporzioni gigantesche: si credeva, infatti, che guardare l’immagine di san Cristoforo proteggesse dalla morte improvvisa, quella che, non lasciando il tempo di pentirsi dei propri peccati, condannava l’anima all’inferno; per questo occorreva conferire la massima visibilità alla sua effigie. Nel catino absidale è raffigurato ilCristo in maestà, che benedice con la mano destra e stringe al petto con la sinistra il libro della vita. Lo fiancheggiano due arcangeli, che reggono altrettanti globi, simbolo della supremazia del Figlio di Dio sull’universo. Negli affreschi staccati dalla parete destra sono raffiguratiLaMadonna del latte, l’Arcangelo Raffaele, i santi Crisante e Daria, Cosma e Damiano, Pietro e Paolo,e i committenti, nelle loro simboliche, piccole proporzioni.
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